STRANGE WORLD UN MONDO MISTERIOSO: dal 24 al 30 Novembre – ore 17,30 e 19,30

C’è una terra lontana, di nome Avalonia, circondata da una formidabile catena di montagne che nessuno è mai riuscito ad attraversare. Avalonia sta morendo, ridotta com’è alla stagnazione e all’impossibilità di crescere, e molti ripongono l’ultima speranza di salvezza oltre quelle montagne. Lo fanno anche i Clade, Jaeger e Searcher, padre e figlio, un duo di esploratori che da anni tenta disperatamente di trovare un passaggio per andare dall’altra parte. Durante una spedizione, Searcher scopre una misteriosa pianta capace di generare energia elettrica, e mentre Jaeger decide di proseguire da solo alla ricerca di una via d’accesso, il figlio torna in città riportando la pianta che sarà il motore di rinascita dell’intera Avalonia. Dopo venticinque anni, quell’energia sembra stia per esaurirsi, e allora tocca imbarcarsi in una nuova avventura… Il nuovo film del premio Oscar Don Hall è un’avventura senza limiti che parla di noi e del nostro futuro, con una sorpresa finale che dà senso al tutto “Amazing Stories”, Fritz Leiber, Robert E. Howard, “The Shadow”. E ancora, “Weird Tales”, Edgar Rice Burroughs, “Doc Savage”, H. Rider Haggard, “Ellery Queen’s Mystery Magazine” – è un pozzo oscuro e ammaliante quello dentro il quale si abbevera l’ultimo dei Classici Disney, il 61° per l’esattezza: Strange World – Un mondo misterioso, diretto da Don Hall e prodotto da Roy Conlin (il duo dietro Big Hero 6, successo da box-office e Oscar nel 2014), con la decisiva scrittura di Qui Nguyen, è infatti un grande e generoso omaggio ai pulp magazines dei primi decenni del Novecento, quelle riviste stampate su carta economica – la polpa – che agitavano e mescolavano fantascienza, mistero, avventura, poliziesco, per un divertimento a poco prezzo capace di appesantire di eccitazione i ragazzi e di alleggerire di inquietudine gli adulti.  Diretti discendenti di penny dreadfuls e dime novels britanniche e ottocentesche, i pulp magazine fecero la fortuna di editori e scrittori, in un contesto come quello della Grande Depressione e della Prima Guerra Mondiale che sembrava non lasciare spazio alla leggerezza e alla fuga. Partendo da qua, e buttandoci dentro anche Indiana Jones, King Kong, H.G. Wells e Viaggio al centro della terra, Don Hall e Qui Nguyen hanno ricreato un distillato perfetto di quel sense of wonder che ti saltava addosso leggendo quelle riviste e guardando quei film, e l’hanno fatto nel modo più popolare e contemporaneo possibile.  Strange World Ã¨ un racconto che vive e si agita di tante cose. È una vicenda famigliare, con la sete di avventura di Jaeger che è così divampante da diventare schiacciante solitudine, e la voglia di emancipazione di Searcher che lo porta a voltare le spalle a tutto e a tutti; è una saga generazionale, con l’entrata in scena di Ethan, figlio di Searcher e nipote di Jaeger, ragazzo che si sta affacciando alla vita adulta ma ancora così fragile e risoluto allo stesso tempo; è una parabola sociale, con il destino di Avalonia in bilico tra l’isolamento assoluto e la necessità di apertura verso il mondo esterno.  È, soprattutto, un grande narrazione che anche infrangendosi nelle storie personali e collettive ci restituisce sempre e comunque un affresco complesso, dove la risoluzione del conflitto privato si gioca sullo stesso campo di quello pubblico, perché il futuro della famiglia Clade, la loro eredità e il loro retaggio è quello di Avalonia tutta.

THE MENU: DAL 24 AL 30 NOVEMBRE – ORE 21,30

Tyler, gourmet ossessivo, invita Margot, misteriosa ‘fidanzata’, ad accompagnarlo a Hawthorn, un ristorante stellato nel cuore di un’isola privata. A gestirlo, come una caserma, è Slowik, chef di cucina molecolare che promette un menu da sogno guarnito da rivelazioni e sorprese. Tra una portata e l’altra, che Tyler degusta vorace, e Margot declina irritando Slowik, uno spettacolo macabro prende progressivamente forma. Circondata da celebrità del cinema e squali della finanza, critici gastronomici deliranti e habitué, Margot è la prima ad avvertire il clima ostile. Intanto la sua inappetenza attira l’attenzione dello chef che le fa una terribile rivelazione. Margot deve comprendere presto le regole del gioco o pagarne il prezzo con gli altri convitati. Nella storia dei ‘film di ristorazione’, The Menu aspira a uscire dai sentieri battuti della commedia culinaria (Big Night, Ratatouille, Dinner Rush, Délicieux, Sapori e dissapori…) e a smarcarsi dai programmi televisivi galvanizzanti (“Hell’s Kitchen”, “MasterChef Italia”, “Dinner Club”…) costruiti intorno a personalità esplosive come lo chef britannico Gordon Ramsay o il nostrano Carlo Cracco.  Horror culinario, The Menu arriva dopo Pig e Boiling Point nel dipingere il fallimento di un sistema e di un mondo che non ha più i piedi per terra. A Hawthorn il prezzo è 1.250 dollari a testa, sottomissione allo chef inclusa. Ti rimetti al suo genio e lui in cambio ti offre la trascendenza su un piatto d’argento. Un’introduzione efficace tratteggia personaggi e personalità che bramano le ‘esperienze’ e venerano il cibo rarefatto, tutti tranne Margot, outsider senza ricchezza e senza privilegi che fuma sigarette e se ne fotte delle papille gustative.  Come Pig, western culinario tra campagna e città, la commedia orrorifica di Mark Mylod è nemica della sofisticazione mondana, che ha finito per corrompere le proprie scale di valori. Accomodati i suoi ospiti, inebriati con rossi invecchiati o bianchi ghiacciati, punta i riflettori sul suo chef che recita marziale la sua filosofia alimentare. Le sfumature sono sinistre ma i commensali sono in estasi e non vedono il codice matrix sottostante, fino alla terza portata, tortillas ‘incise’ e personalizzate. E a quel punto è troppo tardi.  Meno sappiamo di The Menu e più deliziosa sarà la cena, tuttavia possiamo rivelare senza fare danni, che il film assomiglia a uno spettacolo teatrale concentrato sul processo di costruire ossessivamente ogni piatto, e sul pubblico, oscenamente ricco e disarmato non appena viene maltrattato in una conversazione a tavola. Dall’altra parte del fronte, un esercito di cuochi risponde agli ordini all’unisono e parla solo se interpellato. Le loro vite personali sono votate al culto della cucina, soffriggono, fermentano, misurano, insaporiscono, guarniscono, impiattano, stappano bottiglie e montano a neve le colpe imperdonabili dei convitati. La cena si nutre dei loro peccati e assapora la loro umiliazione per ritornare alla generosità delle cose semplici (hamburger), finire col botto e riportare tutti alla realtà. Il cibo e la sua preparazione si impongono come principali vettori emozionali del racconto.