PROSSIMAMENTE: L’UOMO NEL BUIO

Sopravvissuto senza conseguenze all’assalto della sua abitazione nel primo episodio, il veterano della guerra del Golfo Norman Nordstrom, reso cieco da una ferita di guerra, si è trasferito e ha incontrato Phoenix, una ragazzina della quale prendersi cura e grazie alla quale alleviare il dolore per la morte della figlia. L’abitazione dell’uomo viene però nuovamente assediata da una banda di criminali, i quali sequestrano Phoenix e fuggono. Rimasto solo con il suo fedele cane rottweiler, Norman si mette in viaggio alla ricerca della ragazza e dei suoi rapitori, deciso ancora una volta a fare piazza pulita di chi intralcia la sua serenità.

Costato 10 milioni di dollari, il primo Man in the Dark (2016) ne guadagnò a sorpresa quasi 160, raccogliendo pareri favorevoli della critica e imponendo all’attenzione del pubblico la figura inquietante del vendicatore cieco dai poteri quasi soprannaturali. Cinque anni dopo, Fede Alvarez e Rodo Sayagues sono tornati con un sequel.

In maniera così naturale da sfiorare l’esercizio di stile, il sequel di Man in the Dark – che al secondo giro traduce in italiano il titolo internazionale, L’uomo nel buio, ma tralascia ancora l’originale Don’t Breathe – riprende gli elementi del primo film e li ribalta nel loro opposto senza stravolgere l’essenza dell’idea iniziale: vale a dire l’oscurità nella quale vive il protagonista e dentro la quale ciascuno, spettatore compreso, deve per forza di cose immergersi.

Se il primo film dava modo a Norman Nordstrom di sfoggiare le sue competenze militaresche nella propria abitazione, questo secondo film – ambientato otto anni dopo il primo e scritto ancora dalla coppia Alvarez-Sayagues, ma con lo scambio in regia e il ruolo predominante di Alvarez come produttore – costringe il protagonista a uscire dal suo mondo e a trasformarsi a sua volta in un assalitore. In uno spazio sconosciuto, Norman è costretto ad adattare i sensi a una geografia sconosciuta, riportando in ogni caso i suoi nemici sul terreno comune del buio e della cecità forzata. Il film trova perciò il modo di accentuare le capacità extra-sensoriali del personaggio, ampliando le modalità con cui uccide o attira le sue prede in trappole sempre più elaborate. Se da un lato L’uomo nel buio – Man in the Dark gioca sui classici meccanismi di ripetizione e sostituzione, dall’altra punta sull’eccesso e sull’iperbole, sull’esagerazione che già nel primo film rendeva poco plausibili diversi passaggi del racconto.

La principale scelta di sceneggiatura del duo creativo, però, consiste proprio nel trasformare la figura dell’assassino cieco e spietato nel protagonista della vicenda, lasciando i criminali sullo sfondo, a differenza del primo film, e spostando l’inevitabile universo di rimandi cinefili da Furia cieca (1989) al Rambo di Last Blood o al Mel Gibson più rabbioso.

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